Incontro con il ministro Orlando

Carissimi, qui di seguito potrete leggere il resoconto di Jacopo Coletto sull’incontro del Circolo con il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.


Il 20 aprile scorso, il Circolo PD di New York ha avuto l’occasione di incontrarsi con Andrea Orlando, ministro della Giustizia del governo Renzi. A NY per partecipare a un incontro dell’ONU sul problema della droga, il ministro ha avuto la cortesia di dedicarci poco più di un’ora del suo tempo per rispondere alle nostre domande ed esprimerci il proprio pensiero.
Il ministro si presenta affabile e aperto alla discussione. Si inizia parlando del suo lavoro alla Giustizia: Orlando sottolinea come la troppa aggressività, che porta a un eccessivo numero di cause, sia uno dei problemi principali sui quali sta lavorando. A detta del ministro, si è riusciti a scendere dai 6 milioni di cause nel 2010, ai quattro milioni e mezzo attuali. È un passo importante, anche se non sufficiente, perché un numero ottimale sarebbe intorno ai 3 milioni e 800mila. Tra gli strumenti utilizzati per raggiungere questo risultato, il nostro ospite elenca alcuni disincentivi alle liti temerarie, per esempio una più marcata penalizzazione del soccombente, ma anche l’incentivo a scegliere metodi alternativi. L’avvocatura, inoltre, agisce ora anche come un elemento di prevenzione dei conflitti, e non solo più come tutore di una delle parti. Inoltre, il ministro ci tiene a sottolineare come i tempi medi del processo siano leggermente diminuiti, essendo scesi di 6 mesi dagli 8 anni del 2014 (la fonte dei suoi dati, ci assicura, è un rapporto della UE).
Pur confortato da questi numeri, Orlando non si nasconde dietro un dito e ammette che c’è ancora del lavoro da fare. La riforma del processo civile, a suo dire, sarà un’occasione di migliorare ulteriormente la situazione: verrà creato il tribunale della famiglia, e verrà potenziato il tribunale delle imprese. Su quest’ultimo, il ministro ricorda che, per molte cause che vedevano coinvolti investimenti esteri, il tribunale delle imprese riesce ad arrivare a sentenza abbastanza in fretta (meno di un anno per il primo grado), e questo è un dato che dovrebbe incoraggiare l’arrivo di capitali stranieri verso il nostro Paese.
Rispondendo a una domanda sullo stato attuale della prescrizione, Orlando sottolinea come i reati contro la Pubblica Amministrazione si prescrivano ora in 12 anni, e non più 6, grazie all’inasprimento delle pene ottenuto con la legge Severino. Più che sulla riforma della prescrizione, che comunque, secondo il ministro, va fatta (anche se certi alleati non sembrano pensarla così [ http://www.ilfattoquotidiano.it/…/prescrizione-orl…/2532242/ ] ) , ci si focalizza sulla disomogeneità con la quale la prescrizione incide nei processi a seconda delle procure: in certe realtà, il tasso di prescrizione arriva al 20%, mentre in altre si attesta su un ben più modesto 1%. Queste discrepanze sono dovute al diverso numero dei giudici in ciascuna procura, alla consistenza del personale, e ad altri fattori simili: bisognerà quindi intervenire sull’organizzazione, oltre che portare a termine la riforma. Un altro punto sul quale si potrebbe intervenire potrebbe essere l’introduzione di un termine entro il quale un giudice debba decidere cosa fare in un procedimento; se, cioè, archiviare o procedere.
Si parla successivamente dello stato delle carceri, anche in connessione con l’immigrazione. Orlando nota come il rapporto fra numero di detenuti e capacità delle nostre carceri sia migliorato negli ultimi anni. Due cose sulle quali si sta lavorando sono l’affidamento dei tossicodipendenti a comunità, e i rimpatri per i detenuti stranieri. Su quest’ultimo punto, è opportuno citare che il rimpatrio non è previsto per quei Paesi che non riconoscono la Carta dei diritti dell’uomo. Per quel che riguarda gli altri Paesi, il rimpatrio potrebbe a volte rivelarsi problematico, perché è necessaria l’approvazione del giudice, e inoltre può accadere che i Paesi riceventi (soprattutto Romania e Albania) ostacolino il processo di rimpatrio, che per loro costituirebbe un costo.
Orlando si sofferma sulle pene alternative, la cui percentuale è in costante aumento: a oggi, cita 40,000 casi di detenuti che stanno scontando pene di questo tipo, per esempio gli arresti domiciliari, o l’affidamento ai servizi sociali o in comunità. Oltre a sgravare il nostro sistema carcerario, le pene alternative hanno un altro vantaggio: il tasso di recidiva è in media più basso, attestandosi intorno al 25%, contro il 55% del carcere.
Rispondendo a una domanda precisa, vertente sulla possibile soppressione della Corte d’Appello nella città di Reggio Calabria, il ministro parla della distribuzione delle varie corti sul territorio nazionale: queste, soprattutto le Corti d’Appello, sono distribuite in modo disomogeneo, a volte addirittura seguendo i confini degli stati preunitari, e ciò genera inefficienza. Si vuole porre rimedio a ciò, cercando di mantenere una singola Corte d’Appello in un bacino di popolazione di 2 milioni di abitanti: questo genererebbe la chiusura di alcune di esse. Un’idea del ministro è quella di mantenere le procure antimafia anche nelle città dove una Corte d’Appello non esiste: in questo modo si potrebbero combattere l’inefficienza, senza togliere risorse a un’attività importante come la lotta alla mafia.
Un altro tema toccato è quello delle frodi, e delle normative che le puniscono. Il nostro ospite nota come, spesso, manchi addirittura la denuncia. È la tutela delle vittime che, a suo parere, va potenziata, sia durante che dopo il processo. Alcuni modi per tutelare le vittime potrebbero essere un serio risarcimento del danno, l’aiuto nel pagamento delle spese giudiziali e, non ultimo, la creazione di occasioni di contatto fra il reo e la vittima. Quest’ultima soluzione, in particolare, potrebbe avere il beneficio di mettere il reo davanti all’entità concreta del danno arrecato: ciò genererebbe consapevolezza, e potrebbe diminuire i casi di recidiva. Inoltre, il fatto che la vittima sappia della condanna del colpevole aumenterebbe la fiducia nel nostro sistema della giustizia.
A questo punto, ad alcuni di noi sorge spontaneo un dubbio: come invitare un esponente di questo governo, e non parlare di un tema così di attualità come le riforme costituzionali? Orlando non si tira certo indietro: a detta sua, l’Italia è finalmente un Paese che si muove dopo tanto immobilismo. A suo parere, le riforme oggetto del referendum che si terrà in autunno andrebbero spiegate nel merito, in modo che gli elettori le abbiano chiare in mente e votino con cognizione di causa. Il rischio che si potrebbe correre se queste riforme non dovessero essere approvate sarebbe una caduta verticale nella fiducia verso le istituzioni, che genererebbe scenari problematici. Orlando insiste sul fatto che il referendum non debba essere pro o contro il capo del Governo, ma debba incentrarsi sul merito delle riforme. Una replica sorge spontanea: non è stato forse Renzi stesso a dichiarare, più volte e con toni molti chiari, di lasciare il suo incarico in caso di esito negativo? L’auspicio del ministro, se letto alla luce di questa dichiarazione, risulta quantomeno singolare. Il nostro ospite tenta una giustificazione: il “se perdo me ne vado” renziano è solo dettato dalla consapevolezza di chi ha preso un impegno e lo vive con realismo. Convincente? Ai lettori l’ardua sentenza…
E siccome lo abbiamo toccato, restiamo sul tema del nostro scalpitante Presidente del Consiglio. Che cosa manca a Renzi per essere un grande? A questa domanda il ministro, pur ricordando di non aver votato per Renzi (una dimostrazione di coerenza non scontata che apprezziamo, in questi tempi di conformismo!), pone l’accento sulle azioni di Renzi, e rifiuta l’accusa che seguano un’agenda di destra: se confrontati con le misure prese da altri leader europei, le decisioni di Renzi in termini di immigrazione, politica estera, flessibilità del lavoro, non possono essere definite di destra. Può darsi che sia stato il panorama europeo a cambiare, ma in ogni caso, secondo Orlando, siamo sulla strada giusta.
Ciò detto, forse non sono tutte rose e fiori: il nostro ospite riconosce come il linguaggio del partito sia cambiato, e questa novità sembra disorientare molte persone. Il partito pare disorganizzato, soprattutto data la mancanza di posti per condurre dibattiti interni. Ci si affida forse troppo ai social media, e il risultato è un’atomizzazione della politica che rende più difficile la costruzione di un comune sentire. A volte, le campagne elettorali sono effettuate dai singoli, con lo scopo di garantirsi le preferenze, e la visione di partito passa troppo spesso in secondo piano.
Orlando auspica un’evoluzione della forma-partito, soprattutto ora che la Rete ha cambiato le carte in tavola. Si parla dell’esempio di Napoli: il ministro non invoca un commissariamento del partito, ma auspica la partecipazione dei cittadini, non solamente con le primarie. La speranza sarebbe quella di creare nuove piattaforme per stimolare un dibattito politico. In questo contesto, i circoli dovrebbero essere una fucina di idee, senza limitarsi solamente alla discussione di idee già viste sui giornali.
Molte altre cose avrebbero potuto essere discusse, ma purtroppo gli impegni del ministro ci hanno costretto a chiudere qui. Quello che abbiamo apprezzato è stata soprattutto la sua apertura al dibattito e la sua affabilità. Alcuni di noi, forse stanchi di sentire le solite dichiarazioni di certi esponenti del PD, spesso smaccatamente “pro” o “contro” la politica del partito, sono stati colpiti da questo politico non solo capace di vedere sia i pregi che i limiti del gruppo dirigente, ma anche di indicare una strada per migliorare le cose in modo costruttivo. Speriamo di averlo presto nuovamente nostro ospite in occasione della sua prossima visita dalle nostre parti.

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